La Mappa dell’Intolleranza 8 presenta molte novità di interesse per il nostro gruppo di ricerca, coordinato dalla Prof.ssa Marilisa D’Amico che, da anni ormai, studia la tutela dei diritti costituzionali e il contrasto alle discriminazioni, anche alla luce dell’innovazione tecnologica e dell’avvento dell’IA.
La genesi e lo scenario internazionale della Mappa dell’Intolleranza 8
Già la genesi di questa nuova edizione della Mappa dell’Intolleranza 8 e lo scenario internazionale in cui si inserisce meritano una riflessione.
Proprio nel 2023, quando i nostri partners del progetto si accingevano a scaricare i primi tweet, X ha cambiato le regole di accesso ai dati, imponendo il pagamento di ingenti somme per l’accesso a certe soglie di tweet.
Per tale ragione, non siamo riusciti nel 2023 ad estrapolare e analizzare i dati utili per pubblicare la nostra consueta Mappa annuale. Solo grazie al prezioso sostegno di The Fool, che gratuitamente ci ha messo a disposizione la sua piattaforma, il progetto ha preso nuovamente vita.
Il limite imposto da X all’accesso ai dati non ha solo costretto i promotori della Mappa dell’Intolleranza ad individuare soluzioni pratiche per proseguire con le ricerche, ma suscita una serie di riflessioni più ampie che studiosi e studiose di diritto costituzionale non possono ignorare. Un colosso privato (X) ha avuto il potere di imporre delle regole e dei limiti che – pur di natura privatistica e di autoregolamentazione – sono stati idonei a condizionare una libertà costituzionale, quella di ricerca che è garantita a tutti dall’art. 33 della Costituzione italiana: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». Certamente, si potrebbe controbattere che per esercitare tale libertà Vox-Diritti e le Università partners avrebbero semplicemente potuto pagare la somma richiesta da X, ma abbiamo preferito individuare un’altra strada, più coerente con lo spirito costituzionale dell’attività di ricerca che è appunto libero e senza limiti.
Questo breve racconto della genesi del progetto si inserisce in uno scenario internazionale in continuo cambiamento su questi temi. Fino all’ultima edizione della Mappa del 2022/2023 osservavamo come le grandi piattaforme social, a partire da Meta, si stessero adeguando al modello europeo di libertà di manifestazione del pensiero. L’idea americana del free market of ideas sembrava non essere stata in grado di limitare la diffusione virale di odio e fake news sui social. La repentina perdita di utenti dovuta anche alla costante presenza di tali fenomeni sui social, aveva così convinto le piattaforme non solo ad introdurre standards della community per limitare il discorso d’odio e moderare i contenuti, ma anche ad istituire organismi ad hoc per la verifica dei post illeciti in casi estremi (es. Oversight Board di Facebook). Solo pochi mesi fa, invece, nel gennaio del 2025, Meta ha cambiato rotta annunciando, sulla scia delle scelte di altri colossi come X, una riforma degli standards della community per quanto riguarda il discordo d’odio, il fact-checking, la moderazione e la rimozione dei post. Tale modifica sarebbe stata motivata dalla necessità di garantire la massima libertà di espressione, impedendo censure su alcuni temi “caldi” quali il genere, l’identità di genere e l’immigrazione.
Sarà fondamentale valutare l’impatto di questo nuovo approccio sulle prossime edizioni della Mappa dell’Intolleranza, verificando se esso sia effettivamente idoneo a evitare ingiuste censure o se al contrario, come ritenuto dal Commissario per i Diritti umani delle Nazioni Unite delle NU Volker Türk, esso possa comportare una maggior diffusione «di contenuti abusivi e pieni di odio su alcune delle maggiori piattaforme di social media del mondo», prendendo di mira «comunità emarginate, tra cui persone LGBTIQ+, rifugiati, migranti e minoranze di ogni tipo. In questo modo, allontaneranno tali comunità da queste piattaforme, limitandone la visibilità, isolandole ulteriormente e riducendone la libertà di espressione» (V. Turk, Regolamentare i discorsi d’odio online per evitare di arrecare danno non è censura, 2025).
Accanto a queste novità, anche i recenti decreti del Presidente Usa Donald Trump avranno un impatto enorme sul contesto internazionale in cui si inserisce la nostra Mappa dell’Intolleranza 8. La prof.ssa Marilisa D’Amico che, proprio in questi mesi sta svolgendo un periodo di ricerca alla Columbia University di NY, ha potuto osservare da vicino gli effetti di queste nuove norme le quali, limitando ad ampio raggio i diritti delle minoranze, hanno anche condizionato fortemente la libertà di ricerca: progetti di ricerca, studi e articoli scientifici non potranno in alcun modo far riferimento a quella che viene definita l’ideologia gender. Si badi, anche parole quali “human rights” ed “equality” sono vietate. La nostra Mappa dell’Intolleranza sarebbe dunque un progetto oggi vietato negli USA?
Probabilmente sì. In Europa però valgono ancora i principi – primo fra tutti il principio di eguaglianza – sanciti dalle Carte costituzionali e dai Trattati dell’Unione europea, nati anzitutto quale argine democratico all’abuso di potere. Più nello specifico, poi, questi nuovi trend delle piattaforme dovranno fare i conti con le regole europee in materia, quali quelle sancite dal Digital service Act e dal nuovo Regolamento Ue sull’IA che si fondano comunque sul rispetto dei diritti umani sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione.
Ecco che in tale contesto auspichiamo che la Mappa dell’intolleranza 8 possa stimolare una riflessione più generale sul grado di tutela dei diritti umani nello scenario attuale.
Commento ai risultati dell’ottava edizione
È ora opportuno commentare più da vicino i risultati della Mappa dell’Intolleranza 8, che presentano alcune novità estremamente utili anche dal punto di vista di giuridico.
Anzitutto, questa edizione del progetto per la prima volta ha mappato non solo il linguaggio d’odio, ma anche le frasi che evocano stereotipi. Questa innovazione consente di fare chiarezza sia sul piano delle definizioni giuridiche, sia sul piano degli strumenti che il diritto può mettere in campo.
Sul piano delle definizioni, solo i post che istigano alla violenza verso determinate categorie di persone possono essere definiti discorso d’odio, hate speech. Di conseguenza, il diritto può agire con strumenti – come quello penale solo in casi di extrema-ratio – che limitano l’utilizzo di espressioni solo quando sia evidente la connessione tra la parola e l’azione violenta. Altrimenti risulterebbe eccessivamente lesa la libertà di manifestazione del pensiero, pietra miliare del nostro ordinamento democratico (art. 21 Cost.).
È noto che nel nostro ordinamento sono puniti solo i contenuti che istigano a «commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi» o che incitano «alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi» (art. 604 bis e ter c.p). Il vuoto normativo nei confronti delle altre categorie di persone non sembra giustificato alla luce dei dati di questa e delle precedenti edizioni del progetto che, invece, mostrano come la misoginia sia la forma di istigazione alla violenza più diffusa sul web; anche omotransfobia e abilismo persistono.
Le espressioni che evocano stereotipi non possono invece essere tecnicamente definite discorso d’odio. Esse infatti non istigano alla commissione di atti violenti, ma richiamano a convinzioni sociali non dimostrate da evidenze scientifiche. Sono tali, ad esempio, le espressioni mappate durante il progetto che riguardano i “classici” stereotipi sull’inferiorità della donna nel lavoro, sulle ridotte capacità delle persone con disabilità, sull’avarizia degli ebrei, sulla criminalità degli stranieri e così via. È evidente che il ruolo del diritto in questi casi è diverso, non potendo porre alcun limite ma piuttosto agire in modo proficuo solo sul piano della prevenzione, dell’educazione e della sensibilizzazione.
Tutto ciò però è già in larga parte noto. La vera novità di questa edizione attiene piuttosto all’indagine sull’incidenza degli stereotipi nella formazione del discorso d’odio. Questa indagine mira a testare “sul campo” la tesi della c.d. scala dell’intolleranza, secondo la quale gli stereotipi costituiscono il primo gradino da cui germogliano discriminazioni, discorso d’odio e, infine, la violenza.
In questo senso sono emblematici i risultati della Mappa dell’Intolleranza 8 sull’antisemitismo che mostrano come il discorso d’odio sia intriso di stereotipi. In particolare, il diffondersi sul web degli stereotipi sullo stato di Israele e sulla guerra a Gaza sembrano aver dato vita ad una nuova forma di odio antisemita. L’uso “capovolto” di termini come genocidio e sterminio trova quali primi destinatari proprio gli ebrei, preparando il terreno a nuove forme di istigazione alla violenza antiebraica.
Ancora, anche i risultati sulla misogina meritano una riflessione sulla relazione tra stereotipo e discorso d’odio. I risultati evidenziano come nei social si stia affievolendo il richiamo agli stereotipi sull’inferiorità delle donne nel mondo del lavoro. Piuttosto sembrano incidere maggiormente nella formazione del discorso misogino i classici stereotipi sul corpo e sull’aspetto delle donne. È allarmante notare come commenti sul look provocatorio delle donne generano o, quantomeno, giustificano ancora oggi nel linguaggio social la violenza contro le donne.
Questi primi risultati sull’incidenza degli stereotipi sul discoro d’odio mettono in luce come il diritto possa giocare un ruolo importante a tutti i livelli: norme di prevenzione e sensibilizzazione utili a scardinare gli stereotipi possono aiutare anche a disinnescare le violenze.
Infine, i risultati di quest’ultima edizione suscitano una riflessione sul tema dell’intersezionalità.
I tweet estrapolati mostrano, infatti, come l’odio sia sempre più intersezionale, colpendo un soggetto in base a più fattori di discriminazione. Tra le più colpite da questo fenomeno figurano le donne migranti e le donne omosessuali. Queste evidenze confermano le tesi emerse in letteratura sempre più attenta al tema dell’intersezionalità. Si pensi che recentemente proprio la studiosa, Kimberlé Crenshaw che, per prima, aveva teorizzato le discriminazioni intersezionali sul finire degli anni Ottanta con riguardo alle donne afro-americane, si è recentemente riferita alle donne richiedenti asilo e rifugiate come emblema delle vittime delle discriminazioni intersezionali. La condizione di queste donne è contraddistinta non solo dal fattore di discriminazione del sesso, ma anche da tutte le vulnerabilità proprie dell’essere migrante, quali le condizioni sociali o l’appartenenza ad una minoranza etnica e religiosa.
Sul tema dell’intersezionalità il diritto sta lentamente evolvendo e oggi anche strumenti giuridici vincolanti si preoccupano di definire le discriminazioni multiple e intersezionali (cfr. da ultimo Direttiva Ue del 2023 sulla parità retributiva). Ancora molti passi avanti restano da fare sulle tutele e sugli strumenti di tutela delle vittime di discriminazioni intersezionali, anche “virtuali” come dimostra la nostra Mappa dell’Intolleranza 8.
In conclusione: in ricordo di Massimo Clara
Come sempre, speriamo che il nostro progetto possa essere utile a stimolare altri studi e ricerche su questi temi, non solo accademici ma in ogni contesto e livello di istruzione.
Noi continueremo a fare ricerca sui diritti umani e sull’eguaglianza, dentro e fuori dalle mura dell’Università, con passione civica, ricordando per sempre gli insegnamenti dell’Avv. Massimo Clara, fondatore di Vox diritti e primo promotore della Mappa dell’Intolleranza.
In ricordo di Massimo Clara
Maria Elisa D’Amico
Cecilia Siccardi
Nannerel Fiano
Università degli Studi di Milano