Il 13 marzo 2025 è stata presentata l’ottava edizione della Mappa dell’Intolleranza, che fotografa l’odio veicolato tramite i social.
Il progetto, ideato da Vox – Osservatorio Italiano sui Diritti, in collaborazione con Università degli Studi di Milano (Dipartimento di Diritto pubblico Italiano e sovranazionale), l’Università di Bari Aldo Moro, Sapienza – Università di Roma, è stato presentato in una versione più approfondita, cui quest’anno hanno preso parte nuovi partner e nuovi team di ricerca, primo tra tutti il Dipartimento di Informatica Giovanni Degli Antoni dell’Università degli Studi di Milano e il centro di ricerca Human Hall dell’Università degli Studi di Milano.
Un ringraziamento speciale anche a The Fool, senza la cui collaborazione nell’estrazione dei dati, la Mappa dell’Intolleranza, viste le policy restrittive volute da X, non avrebbe visto la luce.
Al suo ottavo anno di rilevazione, la mappatura consente l’estrazione e la geolocalizzazione dei tweet che contengono parole considerate sensibili e mira a identificare le zone dove l’intolleranza è maggiormente diffusa – secondo 6 categorie: misoginia, antisemitismo, islamofobia, xenofobia, abilismo, omotransfobia– cercando di rilevare il sentimento che anima le communities online, ritenute significative per la garanzia di anonimato che spesso offrono e per l’interattività che garantiscono.
Diverse, le linee di ricerca che quest’anno si sono volute approfondire, anche con l’aiuto dei LLM (Large Language Models): una su tutte, l’analisi dell’incidenza di stereotipi negativi sulla formazione e sulla diffusione di hate speech. Analisi essenziale, per cercare di interpretare non solo il fenomeno dello hate speech online, sempre più invasivo e preoccupante, ma anche gli assetti culturali profondi che presiedono al discorso d’odio stesso. Se infatti, come ormai la letteratura ha evidenziato e la nostra ricerca confermato negli anni, il discorso d’odio è sempre più spesso governato da account falsi in grado di scatenare le cosiddette shitstorm, ciò che importa studiare e rilevare è soprattutto il potenziale di viralizzazione dei discorsi discriminatori, attraverso il noto fenomeno delle echo chambers, e che, come la Piramide dell’Odio ci ha insegnato, si basa proprio sugli stereotipi.
L’analisi
Nel 2024, la rilevazione per la Mappa dell’Intolleranza ha riguardato il periodo gennaio-novembre.
Un periodo di forti turbolenze, segnate dalla guerra in Ucraina e a Gaza, dalle elezioni americane, dal prepotente insorgere di fenomeni populisti nel mondo: un periodo dunque di incertezze e fragilità, che si sono riverberate nel vissuto quotidiano delle persone, contribuendo a creare un tessuto endemico di tensione e polarizzazione dei conflitti. Oggi l’odio online è attore fondamentale nella rappresentazione della polarizzazione e i social si configurano come la cinghia di trasmissione tra i mass media tradizionali, la politica e alcune sacche di forte malcontento, che trovano sfogo ed espressione proprio nelle praterie dei social.
Da qualche anno stiamo assistendo a una verticalizzazione del fenomeno di odio online, per il quale la diffusività iniziale ha lasciato il posto a un modello di dinamiche sociali sempre più incisive e polarizzate. A un allargamento delle possibilità di scelta delle piattaforme social, corrisponde una selettività maggiore di messaggi di esclusione, intolleranza e discriminazione.
La Mappa dell’Intolleranza di quest’anno presenta più analisi e approcci di ricerca, consentendo quindi di ottenere una visione più ampia del fenomeno che, crediamo, sia necessaria al fine di ottenere una vera radiografia in grado di fornire non solo spunti per ulteriori ricerche, ma anche materiale per ripensare e riorientare i processi di prevenzione del discorso d’odio.
La prima radiografia, messa a punto dal team dell’Università di Bari, evidenzia il fenomeno nella sua generalità. Avanza l’odio contro le donne: sul totale delle persone colpite da hate speech, le donne sono la metà. Irrompe, purtroppo atteso, l’odio antisemita, che passa dal 6,59% di due anni fa al 27% attuale. E avanzano anche xenofobia e islamofobia, a ricordarci che la società in cui viviamo è attraversata da forti pulsioni di rigetto del cosiddetto “straniero”, portatore di storia, cultura, usanze diverse dalle nostre e considerate perciò minacciose. Una delle connotazioni dell’odio online rilevate dalla Mappa n.8 è in effetti una forte concentrazione sul rigetto dello straniero percepito come diverso a tutti gli effetti. Un elemento che, come vedremo, viene evidenziato anche dall’analisi della intersezionalità, dove per le donne l’intersezionalità maggiore si rileva sulla linea donnastraniera. È un passaggio evidente, che riflette il disagio sociale diffuso e che cambia il percepito delle persone (nella rilevazione del 2022 il focus dell’odio riguardava i diritti della persona, con una dominanza di odio misogino, omotransfobico, concentrato sull’abilismo).
A tal proposito, emerge sempre di più la necessità di educare all’uso dei social network e di ripensare le relazioni fra mass media, piattaforme social e utenti, al fine di prevenire forme sempre più radicali di odio, che possono superare i confini della dimensione online e tradursi in atti concreti come i femminicidi o i sempre più frequenti attacchi di bullismo.
Il secondo livello di rilevazione, messo a punto dal team di UniMI, riguarda lo studio sui dati geolocalizzati, grazie al contributo dei LLM, che hanno consentito una campionatura efficace dei dati stessi. Per quanto riguarda la distribuzione dell’odio nelle diverse regioni e città italiane, non ci sono differenze di rilievo rispetto agli anni passati: le città più coinvolte risultano le grandi città (elemento dovuto, come già evidenziato nel corso degli anni, anche alla maggiore diffusione della piattaforma X nei grandi centri). Qui in ogni caso Milano appare come la città più misogina e xenofoba, mentre Roma svetta in quanto ad antisemitismo e omotransfobia.
Un’analisi interessante riguarda il genere degli “odiatori”, dove si evidenzia come nella categoria misoginia, ben il 20, 81% dello hate speech sia prodotto dalle donne stesse (contro il 30,15% degli uomini), fenomeno che parrebbe prefigurare una sorta di “auto- oggettivazione”, di scelta cioè di un bersaglio esterno (un’altra donna), a fronte della difficoltà a percepirsi in quanto vittima o a viversi come poco autonoma. Infine, il terzo livello di analisi, sempre messo a punto dal team di UniMi attraverso i LLM, riguarda l’incidenza dello stereotipo negativo sulla formazione e diffusione dello hate speech. Si tratta di una prospettiva di ricerca 4 inedita per la Mappa dell’Intolleranza, che porta a riflessioni importanti circa la presenza di assetti culturali profondi, che condizionano inevitabilmente formazione e diffusione di hate speech.
Qualche conclusione sulla Mappa dell’Intolleranza
E soprattutto, qualche prima evidenza emersa dall’analisi di quest’anno:
– C’è una costante nel tempo, ed è l’odio misogino. Muta, si fa più intenso, ma le donne restano la categoria più odiata. Anche, parrebbe, dalle stesse donne. A funzionare da detonatore, in questo caso, sono i femminicidi (vedi correlazione con i picchi di odio) e le emergenze politiche. Da evidenziare come lo hate speech prenda di mira soprattutto il corpo delle donne, segnando quindi un’inversione rispetto all’ultima rilevazione, quando a essere maggiormente colpita era la professionalità femminile. Infine, c’è un tema correlato al fenomeno dell’intersezionalità che, per quel che riguarda le donne, evidenzia la correlazione donna- straniera. Qui saranno necessari ulteriori approfondimenti di ricerca per capire se le donne straniere sono colpite in quanto migranti o in quanto soggetti particolarmente esposti (come le sportive).
– Antisemitismo. Il dato è forte, purtroppo non inaspettato. Cresce e si moltiplica l’antisemitismo, effetto e coda lunga del post 7 ottobre e del conflitto israelo- palestinese. Importante sottolineare che l’odio qui si è spostato dal classico antisemitismo al cosiddetto antisionismo. La categoria oggi più odiata non è l’ebreo in quanto tale, ma in quanto sionista, percepito cioè come aggressore, invasore, genocida. Viene dunque spontanea una riflessione: quanto di questo odio sia da attribuire alla percezione di un popolo che non viene più considerato, come storicamente è stato, una vittima. Da rilevare, dunque, che si è di fronte a una sorta di riformulazione dello stereotipo. E da evidenziare un altro dato purtroppo significativo: l’odio contro gli ebrei è in assoluto quello più “carico”. Gli stereotipi negativi contro gli ebrei superano gli stessi discorsi d’odio e, sommati allo hate speech “puro” (insulti, offese, etc), rappresentano l’80, 93% del totale dei contenuti postati sugli ebrei.
– Avanzano xenofobia e islamofobia, a ricordarci che la società in cui viviamo è attraversata da forti pulsioni di rigetto del cosiddetto “straniero”, portatore di storia, cultura, usanze diverse dalle nostre e considerate perciò minacciose.
– Ruolo degli stereotipi in correlazione con lo hate speech. Due dati da sottolineare. Il primo, l’enorme incidenza dello stereotipo (se pur mutato, come abbiamo visto) sul totale dello hate speech antisemita. Ne è, come mostrano i dati, la componente dominante. Al contrario, e forse inaspettatamente, per quel che riguarda la misoginia, il ruolo degli stereotipi sul totale dello hate speech è marginale. Quasi a suggerire che certi assetti culturali profondi, per quel che riguarda la formazione di odio (vedi cultura storica del patriarcato) stiano cambiando e forse si stiano affievolendo: i “classici” stereotipi sull’inferiorità della donna nella società sono meno presenti nel linguaggio social, più concentrato su insulti connessi al corpo e al look delle donne, nonché su forme di odio misogino “puro”. Un odio misogino, che si configurerebbe dunque maggiormente in quanto dinamica di potere che si esercita sull’altro: per annullarlo, sottometterlo, anche distruggerlo, come purtroppo la correlazione tuttora evidente tra picchi di odio online e femminicidi parrebbe dimostrare.
– Abilismo. Il 79,86% dei contenuti sui temi legati all’abilismo è contenuto di odio e venato di stereotipi correlati con lo hate speech. Un dato inquietante, che conferma le analisi della scorsa rilevazione, quando si fece evidente che eravamo, e siamo tuttora, in presenza di una vera distorsione lessicale: l’uso del linguaggio offensivo contro le persone con disabilità si è andato via via allargando, ampliando sia il suo utilizzo originario sia il suo significato, più ampio e meno specifico.
Dato il livello di complessità della ricerca attuale, molte sono le questioni rimaste aperte e le domande di ricerca che abbiamo voluto sollevare e iniziare ad approfondire. Ma resta evidente che la Mappa dell’Intolleranza 8 è solo un punto di partenza nel tentativo di circoscrivere, decrittare e interpretare un fenomeno che si fa sempre più pervasivo, pericoloso, inquietante, capace di incidere nel tessuto sociale e di promuovere atteggiamenti criminogeni in fasce di popolazione particolarmente esposte.
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