Il peso delle parole sui nostri processi psicologici è imponente, si pensi ad esempio ai casi di mutismo di alcuni ragazzi appartenenti a famiglia immigrata che di fronte a episodi di razzismo o a difficoltà di inserimento smettono di parlare l’italiano o la lingua madre.
Dal punto di vista psicologico, i dati della Mappa mostrano in modo drammatico i processi cosiddetti di de-umanizzazione e di oggettivazione cioè la tendenza a considerare i vari gruppi “odiati” come meno umani, come oggetti, e quindi manipolabili o attaccabili. Colpisce in particolare il fatto che tra i tweet misogini (i più frequenti in assoluto) una percentuale alta di donne sia autrice. Perché avviene questo processo inquietante? Perché le donne si accaniscono su altre donne? Possiamo ipotizzare, sulla base di numerose ricerche sui processi di auto-oggettivazione, che quelle donne, su pressione dei media, della pubblicità, dell’educazione patriarcale siano costrette a una svalutazione non voluta di se stesse, a interiorizzarsi come oggetti e a scegliere poi un bersaglio esterno (un’altra donna), di fronte alla difficoltà di percepirsi come vittima.
Un altro punto importante è quello degli stereotipi. Siamo di fronte a una ipersemplificazione, alla tendenza a considerare i gruppi esterni come indifferenziati e composti da persone tutte uguali, a una iper-categorizzazione che dà sicurezza in tempi incerti. Ciò sembra avvenire soprattutto per quanto riguarda gli ebrei. I dati mostrano infatti come quella sia la categoria per cui il linguaggio d’odio è più strettamente collegato allo stereotipo facendoci ipotizzare che l’antisemitismo sia oggi presente nella società italiana in modo diffuso.
Possiamo poi leggere i dati come strumento per comprendere le cause dell’odio verso i vari gruppi bersaglio. Le scienze del comportamento e la psicologia indicano due fattori alla base di pregiudizi e discriminazioni: la scarsa effettiva conoscenza dell’altro e la necessità di sentirsi parte di un gruppo come fonte di identità e di sicurezza. Ciò avviene specialmente se le situazioni di vita sono incerte e non c’è senso del futuro. I dati sembrano confermare questi due processi causali. La stragrande maggioranza dei tweet mostra infatti un odio generico verso i bersagli e una loro scarsa conoscenza. I tweet sono poi nella quasi totalità risposte ad altri tweet e condivisioni, mostrando così la necessità, per gli autori, di appartenere a gruppi di persone con valori condivisi e che si autosostengono.
Cosa possiamo fare, sulla base di queste indicazioni della Mappa, per cambiare le cose? Dobbiamo cercare che le persone siano messe in grado di conoscere davvero gli oggetti d’odio e, soprattutto, che possano avere con loro esperienze positive. Ciò vale soprattutto per bambini, bambine, ragazze e ragazzi, e quindi la scuola e le università diventano luoghi centrali. Ma anche il lavoro e il tempo libero sono fondamentali per poter avere esperienze comuni positive e creare possibili alleanze. In questo caso però una società che dia sicurezza e futuro (anche dal punto di vista economico) diventa fondamentale.
Paolo Inghilleri
Università degli Studi di Milano